Foto seconda elementare. Io sono quello in felpa! (Ma perche' avevo la felpa?!)
Passo Halloween a Las Vegas. Alloggero' all'hotel Sahara dove e' stato girato anche un film con Frank Sinatra. (Nella foto sono a Grand Forks in North Dakota)
di Leonardo Sciascia
Renato Candida, generale dei carabinieri in pensione, è morto a Torino il giorno 11 del mese scorso. Tranne questo giornale, che ne ha dato notizia, nessuno mi pare si sia ricordato, nel tanto parlare che si fa della mafia, che Candida aveva scritto sulla mafia un libro che precorre di ben trentadue anni, rompendo il silenzio che le istituzioni e gli uomini che le rappresentavano rigorosamente mantenevano, quella volontà di abbatterla che oggi sembra anche diffondersi, oltre che nella coscienza degli italiani, nelle istituzioni. E la precorreva, il suo libro, dando del fenomeno un ragguaglio di prima mano, qual gli veniva dall’operare, come comandante del gruppo carabinieri di Agrigento, contro una mafia tornata, sulle rovine della guerra e con l’assenso, il compiacimento e il servirsene delle forze americane di occupazione, al rigoglio degli anni prefascisti.
Vecchia mafia, dunque, legata all’economia agraria in quegli anni piuttosto grama: ma appunto stava passando, nel momento in cui cadeva sotto la sagace osservazione di Candida, a più vasta e diversa attività: i lavori pubblici, le erogazioni riformistiche e assistenziali. Momento cruciale, in cui la volontà politica, la volontà dello Stato, sarebbe potuta intervenire a impedire il transito, a stroncare; e si eleggeva invece, a dir poco, quella “contiguità” di cui si discorre oggi a livello giudiziario. Ma non voglio ora tornare a parlare del suo libro: l’ho recensito ampiamente, appena uscito, nella rivista “Tempo presente”; e ho poi scritto, nel 1983, una prefazione alla quarta edizione. Voglio ora ricordare l’uomo, l’amico.
Ci siamo conosciuti nell’estate del 1956. Io avevo da qualche mese pubblicato “Le parrocchie di Regalpetra”. Candida lo aveva letto, mandò a dirmi che desiderava ci incontrassimo. Ci incontrammo a casa mia, a Racalmuto: un uomo simpatico, aperto, spiritoso. E debbo anche dirlo, e sarà magari perché ne conoscevo pochi: ma era il primo funzionario dello stato veramente antifascista che io avessi incontrato. La sua radice di avversione alla mafia era appunto questa: il suo antifascismo. Che poteva apparire paradossale, in un ambiente in cui l’avversione alla mafia era anche o soltanto rimpianto; ed era invece esatta coscienza, esatto intendimento. E debbo aggiungere che questo creò subito tra noi una confidenza, un’intesa che mi pareva allora impossibile e di fatto lo era io potessi raggiungere con un rappresentante, come si usa dire, delle forze dell’ordine, che altro ordine credo allora vagheggiassero.
Diventammo amici. Ci incontravamo spessissimo, almeno due volte per settimana, in paese o nella mia casa di campagna; e ad Agrigento, nel suo ufficio. Stava scrivendo il suo libro sulla mafia. Quando lo ebbe finito, lo portai a Caltanissetta, dall’amico editore Salvatore Sciascia: che subito, senza alcuna esitazione, lo pubblicò. Qualcuno osò poi dire che io, sollecitato dal mio amico Luigi Cortese, capogruppo comunista all’assemblea regionale, avevo chiesto a Candida di tagliare quelle parti del libro che prospettavano collusione tra comunisti e mafiosi: nulla di più falso; e del resto, nel libro, qualche elemento in questo senso si trova. Non erano i comunisti, che preoccupavano Candida in quanto comandante del gruppo carabinieri di Agrigento, ma i democristiani. E tentò, proprio tra i giovani democristiani, di seminare coscienza antimafiosa. Li incontrava, parlava con loro: e ricordo un congresso provinciale della democrazia cristiana in cui quei giovani fecero degli interventi abbastanza coraggiosi e mol ti, in quel momento, pertinenti riguardo alla pericolosa “contiguità” che tra politici e mafiosi si era stabilita. Di uguali intendimenti era allora il procuratore della repubblica, con cui Candida intratteneva un buon rapporto di collaborazione.
Ma la pubblicazione del libro segnò l’arresto di quel tanto che si era mosso. Pare volessero subito trasferirlo, quel maggiore dei carabinieri che aveva proditoriamente affermato quel che il governo negava; ma pazientarono a tenerlo ad Agrigento ancora per circa un anno, a che non si pensasse fosse stato subito punito. E lo mandarono poi alla scuola carabinieri di Torino.
Ci incontravamo ogni volta che io capitavo a Torino, Ci scrivevamo. Negli ultimi tempi mi scriveva lettere stupefatte e accorate, per gli attacchi che mi si muovevano da parte dei “professionisti dell’antimafia”.
Ci siamo incontrati per l’ultima volta, durante le manifestazioni del Salone del libro, al caffè Platti, dove era stato organizzato un mio incontro coi lettori. Era magrissimo, respirava con affanno, stentava a reggersi in piedi: ma seguì attento tutto l’incontro, s’intrattenne poi a parlare con due o tre persone che mi avevano fatto domande sul mio atteggiamento riguardo a mafia e antimafia. E poi, due mesi fa, un ultimo saluto per telefono: mi disse che per lui era finita, che non ci saremmo mai più incontrati.
Debbo ancora dire di lui, a suo grande onore, che pur attaccatissimo all’Arma e alla sua storia, pur ritenendola forse la più integra e incorruttibile istituzione di questo nostro paese, molto soffriva di quelle pratiche non del tutto dismesse per ottenere che un indiziato diventasse reo confesso. Usava perciò, quando era in servizio, arrivare di sorpresa, in ore insolite, nelle stazioni carabinieri che da lui dipendevano: e non sempre, purtroppo, inutilmente. Mi raccontava episodi di incredibile stupidità e violenza; e mi è rimasto indimenticabile quello capitatogli una volta, giovane tenente in un paese della costa tirrenica. C’era tra i suoi compiti quello di ispezionare periodicamente un treno o vagone in cui i detenuti venivano trasferiti. Una volta, salito per la solita ispezione sul cellulare, che era propriamente un vagone diviso in celle, sentì da una provenire grida, rumori di colpi contro le pareti e la porta. Il caposcorta tergiversava: ma fermamente ordinatogli che l’aprisse, ne venne fuori un energumeno. E con tutte le ragioni di essere inferocito. Un detenuto era riuscito a scappare dal treno; disperati, i carabinieri di scorta avevano, ad una stazione di passaggio, acciuffato un facchino e chiuso nella cella, affinché il numero risultasse giusto al controllo. Tragicomico episodio, che nemmeno il più fantasioso inventore di barzellette sui carabinieri riuscirebbe a inventare.
E infine, quel che i lettori si aspettano che io dica: non solo per “Il giorno della civetta”, ma per ogni mio racconto in cui c’è il personaggio di un investigatore, la figura e gli intendimenti di Renato Candida, la sua esperienza, il suo agire, più o meno vagamente mi si sono presentati alla memoria, all’immaginazione.
["Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia fu pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1961. La fonte dell'articolo e' qui. L'articolo e' contenuto nella raccolta A memoria futura disponibile anche nel cofanetto dei Classici Bompiani]